Nei secoli gli abitanti di Pantelleria si sono battuti per sopravvivere alle difficili condizioni di quest’isola quali l’assenza di fonti di acqua, il forte vento, i lunghi mesi senza pioggia, la necessità di essere pressoché autosufficienti data la distanza con la terraferma e un mare profondo e tempestoso. Già dai tempi dell’età del bronzo gli abitanti dell’isola hanno sviluppato tecniche architettoniche e agricole tali da supportare la civiltà.
L’eredità più visibile della lunga attività dell’uomo sull’isola è forse il paesaggio terrazzato dell’isola: per millenni i contadini hanno liberato la terra dai sassi, abbondantissimi, per poter lavorare meglio i loro campi, e con questi sassi hanno costruito muri a secco, terrazzamenti, case, rifugi agricoli, giardini e tombe livellando e plasmando il paesaggio dell’isola.
Le prime testimonianze della viticoltura pantesca risalgono ai tempi dei cartaginesi, a lungo padroni dell’isola. E’ l’agronomo latino Lucio Giunio Columella (nel I sec.), nel suo trattato di agronomia (De re rustica, XII, 39), a dirci che il generale cartaginese Magone insegna a fare dell’ottimo vino passito utilizzando un’uva passa “reidratata” col mosto d’uva.
La ricetta era simile a quella moderna e consisteva nel macerare uva appassita insieme al mosto in fermentazione.
La coltura del Moscato di Alessandria (o Moscato Romano), passa dai Cartaginesi ai Romani per poi sopravvivere anche al dominio arabo. In quest’epoca, non potendo gli islamici bere bevande alcoliche, il moscato veniva usato come uva da tavola e come uva passa. La forma essiccata del Moscato di Alessandria ha il nome di “zabib”, cioè “uva passa”, questa parola araba rimarrà d’uso comune nei secoli successivi, e per estensione semantica, ancora oggi l’uva di Pantelleria viene chiamata comunemente “zibibbo”. Da quel momento in poi lo zibibbo non ha più abbandonato l’isola, raggiungendo picchi di produzione incredibili nei primi decenni del 1900 a seguito della ricolonizzazione agraria dell’isola da parte dei Borboni.

